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…”Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”…

…….e una di quelle storie che ti entrano dentro e ti sconquassano profondamente è di certo quella raccontata da Alessandro Baricco nel suo racconto “Novecento. Un monologo“.

Nata come testo per uno spettacolo teatrale, la novella viene descritta dallo stesso scrittore come “…in bilico tra una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce. Non credo che ci sia un nome, per testi del genere. Comunque, poco importa. A me sembra una bella storia, che valeva la pena di raccontare. E mi piace pensare che qualcuno la leggerà.

La storia viene raccontata attraverso il monologo del trombettista Tim Tooney, che durante gli anni trascorsi sul piroscafo Virginian è amico del protagonista. Novecento invece nasce sul Virginian; viene abbandonato in una scatola di cartone poggiata sul pianoforte della sala da ballo della prima classe e trovato dal marinaio Danny Boodman, che lo chiama Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento.

Alla morte di Danny, Novecento – che il capitano del piroscafo voleva consegnare alle autorità portuali – si nasconde per 22 giorni, per poi riapparire “...seduto sul seggiolino del pianoforte, con le gambe che penzolavano giù, non toccavano nemmeno per terra. E, com’è vero Iddio, stava suonando“.

Novecento è “…il più grande pianista che abbia mai suonato sull’Oceano“; la fama delle sue esibizioni raggiunge persino Jelly Roll Morton, “l’inventore del jazz“, che lo vuole sfidare in un duello musicale: una sfida “…a colpi di pezzi di bravura e alla fine uno vinceva. Cose da musicisti. Niente sangue, ma un bel po’ di odio, di odio vero, sotto la pelle. Note e alcol. Poteva anche durare una notte intera.

Non lascia mai il Virginian, non scende mai a terra. Ci prova una volta, per sentire il grido del mare…ma desiste sbigottito dalla vastità della “nave terra”, una nave troppo grande per lui, un viaggio troppo lungo, una donna troppo bella, un profumo troppo forte, una musica “…che non so suonare.”

Il mondo, magari, non l’aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l’anima. In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia…tutta scritta addosso. Lui leggeva, e con cura infinita, catalogava, sistemava, ordinava…Ogni giorno aggiungeva un piccolo pezzo a quella immensa mappa che stava disegnandosi nella testa, immensa, la mappa del mondo, del mondo intero, da un capo all’altro, città enormi e angoli di bar, lunghi fiumi, pozzanghere, aerei, leoni, una mappa meravigliosa. Ci viaggiava sopra da dio, poi, mentre le dita gli scivolavano sui tasti, accarezzando le curve di un ragtime.

Novecento è un personaggio complesso: è un sognatore, un uomo che vive sospeso tra l’oceano e la musica; un uomo che pur non essendosi mai avventurato al di là del Virginian tuttavia comprende le persone ed i loro stati d’animo, e quello che percepisce lo elabora ed esprime attraverso l’improvvisazione musicale, creando melodie uniche ed irripetibili; coltiva l’arte incantevole dello stupirsi delle cose più semplici, talento che solo un adulto che non ha dimenticato di essere stato bambino riesce a fare.

Dalla novella di Baricco il regista Giuseppe Tornatore ha tratto il film “La leggenda del pianista sull’oceano“, con l’attore Tim Roth nel ruolo di Novecento e con le musiche dell’indimenticabile Ennio Morricone (di seguito due spezzoni del film che contengono due meravigliosi brani del Maestro).

La pellicola è quasi totalmente ispirata a Baricco; pochi i momenti di autonomia del film rispetto al racconto. Tornatore non solo rimane fedele al romanzo – circostanza più unica che rara – ma addirittura lo esalta: il cortometraggio è dirompente, ha un effetto deflagrante e nel contempo curativo.

Tim Roth è perfetto nel ruolo di Novecento, e le musiche di Morricone sono un capolavoro.

Quando c’è una “buona storia” si ha sempre qualcosa di “buono” da donare agli altri…quindi venite in Biblioteca a leggere la storia di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento!

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LEONARDO DA VINCI: CURIOSO, ECLETTICO ED ANTESIGNANO DELL’ERA MODERNA.

Nell’immaginario collettivo Leonardo da Vinci è stato grande pittore: dalla Gioconda all’Ultima Cena, passando per opere quali La Vergine delle Rocce e la Dama con ermellino.

Ma il nostro illustre connazionale ha per lo più dedicato la sua vita allo studio, alla progettazione e all’invenzione. Proprio in virtù dell’esser stato anche filosofo, ingegnere, astrologo, anatomista, botanico e scienziato, Leonardo viene ad oggi (ed a ragione!) ritenuto uno dei più grandi talenti della storia.

Attratto sin da bambino dalla natura e dagli animali, dalla costante osservazione dell’una e degli altri scaturirono gran parte delle riflessioni, degli studi ed infine delle produzioni artistiche, letterarie e scientifiche del genio toscano.

Della sua incessante opera di approfondimento restano migliaia di fogli, ad oggi costituenti i cd. “Codici” di Leonardo (il “Codice Trivulziano”, il “Codice sul Volo”, il “Codice Hammer” e il “Codice Windsor”), affollati di disegni, appunti e bozzetti di marchingegni di ogni tipo.

Accurati ed utili ai fini della futura scienza medica, numerosi sono i disegni “anatomici” giunti fino a noi.

La loro importanza è chiara: Leonardo fu per esempio il primo a capire la vera funzione del cuore – ovvero quella di pompare il sangue in tutto il corpo – laddove ai suoi tempi si riteneva che servisse soltanto a scaldare il sangue circolante nei vasi sanguigni.

Anche nell’ambito della botanica interessanti furono gli studi di Leonardo: fu il primo a capire che le foglie non sono disposte sullo stelo in maniera casuale ma secondo un percorso “a spirale” per aver maggiore approvvigionamento di luce.

Dalla comprensione delle leggi della natura, l’inventore cercò di trarre vantaggio anche nella creazione di macchine da guerra, oggetti di uso quotidiano e di artefatti che all’epoca sembravano fantascienza (macchine volanti, tute subacquee, automobili).

Senza dubbio la “macchina bellica” più famosa è il veicolo blindato, meglio noto come “il carro armato di Leonardo“.

Il genio toscano sviluppò una grande varietà di armi e di sistemi di difesa e attacco.

Ideò altresì dei meccanismi automatizzati finalizzati a migliorare la qualità della vita dei suoi contemporanei alleviando alcuni compiti pesanti quali tagliare la legna da ardere, macinare cerali, forgiare metalli. Una delle macchine pratiche più famose è la “gru a bandiera” che poteva sollevare oggetti pesanti senza doverli posizionare proprio sotto lo strumento.

Molti di questi meccanismi funzionavano sulla base di ingranaggi e molle, sfruttando le forze meccaniche stesse o servendosi degli elementi naturali quali acqua e correnti d’aria.

Alcune delle sue intuizioni anticiparono i tempi moderni: dal carro semovente – progettato, probabilmente ad uso teatrale, per muoversi senza essere spinto; era alimentato da molle a spirale e disponeva anche di sistemi di frenata e di sterzo pre-programmati – alla macchina volante; dal paracadute – realizzato e provato nel 2000 con esito più che soddisfacente – alle tute da sub.

Addirittura sul foglio 579 del Codice Atlantico è disegnato un cavaliere meccanico. Costruito in legno, con elementi in pelle e metallo; azionato da un sistema di cavi ispirati ai tendini ed ai muscoli dell’uomo, carrucole, un tamburo, elmo, ingranaggi a orologeria e una serie di meccanismi, che secondo molti nasconde l’ipotesi di un vero e proprio automa. Il primo robot umanoide della storia!

Moltissime altre le “invenzioni” di Leonardo: ponti removibili, sega automatica, gru girevole, draga cavafango (macchina studiata per eliminare i depositi di fango accumulati nei porti e sul letto dei fiumi), cuscinetti a sfera, ala battente, elica aerea (di fatto antenata dell’elicottero), salvagente.

Impossibile elencare tutto quello che l’immenso genio ha studiato, scritto, disegnato ed inventato. Certo è che i suoi poliedrici talenti e la sua attitudine ad essere uomo proiettato nel futuro lo rendono icona di innovazione, creatività e sopraffina intelligenza ancora oggi, vieppiù in considerazione dell’epoca in cui il mirabile toscano ha vissuto.

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Esuberante e romantico come Rodolfo, dolce e timido come Nemorino, tenace e risoluto come Calaf

Il 29 Aprile dell’anno 1961 debuttava al Teatro Municipale di Reggio Emilia l’indimenticabile Luciano Pavarotti.

Voce inconfondibile – una delle più belle del ‘900 per timbro, ricchezza di armonici, sonorità, estensione, squillo degli acuti; padronanza tecnica del naturale strumento tale da permettergli di non forzare mai e di avere una nitidezza nella dizione che in pochi altri hanno avuto; musicalità eccezionale ed innata; simpatia ed abilità nella comunicazione fuori dal comune: questi i punti di forza che hanno permesso a Big Luciano di diventare uno tra i tenori più importanti del XX Secolo.

L’esordio avvenne nel ruolo del poeta Rodolfo, protagonista – insieme a Mimì “la gaia fioraia” – de La Bohème di Giacomo Puccini.

La romanza “Che gelida manina” è contenuta nel Quadro I; è il momento in cui Rodolfo e Mimì fanno conoscenza, raccontandosi l’un l’altra qualcosa di sé e della propria vita (“Sì, mi chiamano Mimì). L’affinità è immediatamente palese, ed i giovani si innamorano all’istante.

Questo amore purtroppo non è destinato ad un lieto fine: gli amanti si separano, fuori scena tra il III° ed il IV° Quadro, e si ritrovano poi nel Quadro IV, alla fine del quale Mimì muore mentre Rodolfo, ripetendo straziato il nome dell’amata, l’abbraccia piangendo.

Nel repertorio di Luciano Pavarotti troviamo anche il contadino Nemorino (“L’Elisir d’Amore” di Gaetano Donizetti), Tonio (“La figlia del reggimento” sempre di Donizetti), il principe Calaf (“Turandot” di Giacomo Puccini), il pittore Mario Cavaradossi (“Tosca” di Giacomo Puccini), Alfredo Germont e il condottiero Radamès (rispettivamente “Traviata” e “Aida” di Giuseppe Verdi).

I ruoli via via interpretati furono scelti seguendo la naturale maturazione dell’organo vocale, che negli anni diviene più potente e pastoso nei centri e meno esteso in alto: dapprima ruoli di tenore leggero (Nemorino e Tonio), poi di tenore lirico (Alfredo Germont e il Duca di Mantova), infine di tenore lirico drammatico (Mario Cavaradossi).

Anche questa intelligenza nell’affrontare il repertorio operistico probabilmente contribuì a dar vita al mondiale apprezzamento del cantante modenese.

Apprezzamento che al Metropolitan Opera House il 17 febbraio 1972 – in occasione dell’esecuzione dei 9 do acuti contenuti nell’aria “Ah! Mes amis” (“La figlia del reggimento”) in maniera assolutamente sciolta e naturale – si tramutò in una standing ovation senza precedenti: Pavarotti venne chiamato al sipario per ben 17 volte, un record finora imbattuto!

Al di là delle recite nei Teatri più importanti del mondo, Pavarotti è stato il primo – e ad oggi l’unico – tenore al mondo a riempire stadi e grandi parchi come una star del rock cantando però arie d’opera, a volte neanche troppo conosciute!

Famosi i concerti del trio “I tre tenori” – ensamble vocale formato con Placido Domingo e Josè Carreras – avvenuti in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone, in Australia, in Cina e Corea spesso con finalità di beneficienza.

Altrettanto celebri gli eventi del “Pavarotti & Friends“, organizzati dal 1992 al 2003: cantanti di fama nazionale ed internazionale – del mondo pop, rock, rap e jazz (Lucio Dalla, Sting, Zucchero Fornaciari, Michael Bolton, Giorgia, Jovanotti, Eric Clapton, Elton John, U2, Liza Minnelli, Spice Girls, Stevie Wonder,,Joe Coker, B.B. King, George Michael…. solo per elencarne alcuni) – venivano invitati per duettare con il Maestro sia in brani di musica lirica sia in brani di “musica leggera”; spesso i due generi venivano tra loro fusi in una sorta di jam session. Tali eventi erano trasmessi in diretta televisiva dalla Rai ed il ricavato, proveniente dalla vendita dei biglietti e soprattutto dalle donazioni telefoniche e via SMS del pubblico televisivo, era destinato a progetti di solidarietà internazionale.

L’intera esistenza di Big Luciano è stata un inno alla vita e la sua vita l’ha dedicata alla musica ed ai meno fortunati: l’amore per la bellezza è diventato anche amore per la bontà.

Chissà se mai ci sarà un altro artista del calibro di Luciano Pavarotti. Sicuro è, come scrisse Daniel Hicks sul NY Times, che Quando Pavarotti nacque, Dio gli baciò le corde vocali“.

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AB URBE CONDITA: ORIGO GENTIS ROMANAE.

Il 21 Aprile dell’anno 753 a.C. veniva fondata la città di Roma.

La leggenda narra dell’approdo di Enea, dopo lungo peregrinare, sulle coste laziali e della fondazione sempre ad opera dell’eroe greco della città di Lavinio. Ascanio, figlio di Enea (o secondo alcuni suo fratello) fonda invece la città di Albalonga, su cui i successivi eredi regnano per circa quattrocento anni. Da ultimo, il re Numitore viene cacciato dal fratello Amulio, il quale peraltro – per non rischiare di perdere il trono usurpato a causa della discendenza del germano – obbliga Rea Silvia (figlia del sovrano destituito) a diventare Vestale; tuttavia il dio Marte si invaghisce della giovane e dall’unione nascono i gemelli Romolo e Remo.

I due bambini vengono abbandonati in una cesta e, trascinati dalla corrente del fiume Tevere, giungono alla palude del Velabro (la valle compresa tra Palatino e Campidoglio, parte del Foro Boario). Ivi una lupa – attratta dai loro vagiti – li trova e allatta. Il luogo del rinvenimento dei due bambini potrebbe essere il Lupercale, una grotta alle pendici del Palatino che fu poi trasformata in un santuario a memoria di questo storico avvenimento.

Cresciuti e scoperte le loro vere origini, i ragazzi restituiscono al nonno Numitore Albalonga e ritornano poi sulle rive del Tevere nei luoghi della gioventù per ivi fondare una nuova città. Dissidi e discussioni prendono il sopravvento: “Poiché erano gemelli e non vi era il diritto dell’età che potesse stabilire una distinzione, affinché gli dèi protettori di quei luoghi attraverso segni augurali scegliessero chi doveva dare il nome alla nuova città, e una volta fondata tenerne il governo, occuparono Romolo il monte Palatino e Remo il monte Aventino come sede per l’osservazione degli auspici. Si dice che a Remo per primo si sia presentato l’augurio, sei avvoltoi; e quando questo già era stato annunciato essendo apparso a Romolo un numero doppio, l’uno e l’altro furono acclamati come re dai loro seguaci: gli uni reclamavano il regno in base alle priorità dell’augurio, gli altri in base al numero degli uccelli. Scoppiata quindi una rissa, nel calore dell’ira si volsero al sangue, e colpito in mezzo alla folla Remo cadde. Versione più diffusa è che in segno di scherno verso il fratello Remo abbia varcato d’un salto le recenti mura, e sia stato ucciso da Romolo irato, il quale avrebbe aggiunto queste parole di monito: “Questa sorte avrà chiunque oltrepasserà le mie mura”. Così Romolo rimase solo padrone del potere, e la nuova città prese il nome del fondatore. (cfr. Ab Urbe condita, Tito Livio, libro Primo, 6 e 7).

Le leggende, in quanto tali, sono avvolte nel mistero ed artefatte proprio in virtù del loro fine, che è quello di instillare insieme rispetto e timore, fiducia e riverenza, ma sul Palatino è stato effettivamente rinvenuto un villaggio di capanne risalenti all’ VIII sec. a.C., periodo che coincide cronologicamente con la fondazione della città secondo la leggenda. 

Oltre il mito, la storia come spiega la nascita di Roma? Perché l’embrione della Città Eterna è nato proprio lì e proprio in quel tempo?

Il motivo fondamentale sta nella collocazione topografica rispetto al/del fiume. Il Tevere, infatti, se da un lato era via di collegamento per i traffici dal mare alla montagna e viceversa, dall’altro fungeva da ostacolo per i commerci tra l’Etruria e la Campania. Non essendo le capacità tecniche di costruire ponti ancora avanzate, il fiume andava superato per mezzo di “traghetti” o attraverso un passaggio da una riva all’altra a piedi, attraverso cioè il guado: all’uopo non poteva esserci soluzione migliore che quella rappresentata dall’Isola Tiberina. Roma è dunque sorta in via generica in funzione del fiume Tevere ed in via specifica in funzione dell’isola Tiberina e del suo guado.

La scelta cadde inoltre sulla riva sinistra poiché naturalmente protetta dal monte Campidoglio e dal monte Palatino, dai quali si potevano avvistare i pericoli in arrivo e sui quali si poteva cercare rifugio in caso di attacco.

La presenza del fiume Tevere è stata dunque, tra le caratteristiche naturali, sicuramente la più determinante per la nascita di Roma, tanto che si è sostenuto che il nome “Roma” derivasse da un nome arcaico del Tevere (ovvero “Rumon” o “Rumen”) la cui radice deriva dal verbo “ruo”, ovvero “scorrere”: dunque Roma avrebbe significato di “Città sul Fiume”.

Per approfondire l’origine di Roma, la successiva storia e la cultura latina in generale, venite a trovarci in Biblioteca: troverete testimonianze antiche (“di prima mano”) e saggi scritti in epoca più recente, volumi contenenti opere d’arte ed architettura e libri relativi alla società dei Romani in generale.

Se è vero che non c’è futuro senza conoscenza del passato, parafrasando Montesquieu possiamo affermare che non c’è ragione di preferire i libri moderni fino a che non abbiamo letto tutti i libri antichi.

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INDIETRO A TUTTA FORZA!

L’infelice vicenda del transatlantico TITANIC, partito da Southampton il 10 Aprile 1912 e giunto al fatale capolinea nella notte tra il 14 ed il 15 aprile, è da tutti ancor oggi spesso rievocata, nonostante siano trascorsi 110 anni.

La nave ammiraglia della compagnia White Star Line, la più veloce, la più grande e lussuosa tra tutte le navi dell’epoca, terminò il suo viaggio inaugurale dopo appena 4 giorni di navigazione; la sua misera e tragica fine segnò uno degli eventi di maggiore risonanza mondiale della prima metà del secolo scorso.

Il TITANIC – lungo 270 metri e largo 28, stazza lorda 46.329 tonnellate – era la nave dei ricchi: il viaggio inaugurale fu una sorta di tappa mondana irrinunciabile, ed il naufragio della nave fu altresì il naufragio della ricchezza ostentata e del potere del denaro.

La nave era dotata di bagni turchi (decorati con piastrelle colorate, travi dorate e lampade di bronzo), piscina, palestra; vi erano due barbieri, uno in prima classe e l’altro in seconda. Erano presenti una sala fumatori, arredata con pannelli e mobili di quercia intagliati e sedie rivestite in marocchino verde; un caffè parigino; una sala di lettura e scrittura in stile georgiano, luogo di ritrovo per le signore; un caffè veranda, con pareti ricoperte di piante rampicanti, arredamento in vimini bianco e finestre ad arco; una sala da pranzo lunga oltre 100 piedi (30 mt all’incirca), con nicchie in stile giacobiano e finestre in vetro piombato e colorato.

Ma il pezzo forte degli interni del TITANIC era la grande scalinata di prua (immagine sotto a destra): attraverso la cupola in vetro e ferro battuto che la sovrastava, filtrava la luce naturale riflettendo sui pannelli di quercia lucidata di cui il muro era rivestito e sulla doratura delle balaustre; al pianerottolo superiore, sulla parete al centro della grande scalinata, un pannello intarsiato conteneva un orologio ai cui lati erano posizionate due figure classiche simboleggianti l’Onore e la Gloria che incoronano il Tempo.

La notte del 14 aprile c’era “calma piatta” senza un filo di vento; il cielo era stellato; la temperatura era andata gradatamente abbassandosi. La velocità di crociera doveva essere di 22 nodi e mezzo, e apparentemente andava ancora aumentando. Varie le allerte ghiaccio, l’ultima intorno alle ore 23 da parte del piroscafo Californian che si trovava ai margini della banchisa attraverso la quale da poco era passato il bastimento Rappahannock (che pure aveva segnalato al Titanic la presenza di una spessa banchisa di ghiaccio e parecchi iceberg). La foschia stava addensandosi.

Alle 23,40 circa la vedetta Flee improvvisamente notò qualcosa che era appena visibile; da principio ne vide solo l’estremità superiore; un attimo dopo suonò tre rintocchi di campana e telefonò alla plancia per informare l’ufficiale di guardia della presenza di un iceberg. Il primo ufficiale Murdoch diede immediatamente l’ordine alle sale macchine di mettere tutto a dritta e a tutta forza indietro…. ma l’iceberg era troppo vicino e l’impatto avvenne.

Meno di quaranta minuti dopo l’impatto, iniziò l’evacuazione. Le scialuppe di salvataggio potevano contenere 1.178 posti (secondo le norme del British Board of Trade il Titanic doveva avere scialuppe per 962 persone, quindi di fatto la capienza era maggiore rispetto a quanto in obbligo!) a fronte di 2.200 persone a bordo…. ma soltanto poco più di 700 tra uomini, donne e bambini furono tratti in salvo. Gli altri 1.500 giacciono nella profondità degli abissi marini: alcuni sono rimasti intrappolati all’interno della nave; altri hanno cercato invano di resistere ed aspettare i soccorsi nell’acqua gelida.

Il titanico transatlantico – ritenuto inaffondabile – si inabissava completamente intorno alle ore 02.20 del mattino – in poco meno di tre ore – dopo essersi da ultimo spezzato in due tronconi. Le scialuppe furono recuperate dal Carpathia, nave della società “antagonista” della White Star Line (la Cunard), a partire dalle ore 04.00 circa.

Ma perché una tragedia così immane e lontana nel tempo ci affascina ancora tanto? Forse perché è una storia che racconta, che insegna e ammonisce come un antico mito. L‘orgoglio (la cieca fiducia di chi ha costruito la nave e non può immaginare la sconfitta), la tracotante sfida (arrivare a New York prima del previsto a scapito della sicurezza della traversata), la “scala” sociale che vede in alto i ricchi e potenti (prima classe) e più in basso i meno ricchi ed i più sfortunati (seconda e terza classe), l’abisso del mare che tutto inghiotte e avvolge nel buio, gli annunci di allerta inascoltati, il bianco spettro dell’iceberg, il panico e le scene strazianti, gli episodi di eroismo e le misere meschinità, l’orchestra che continua a suonare… e poi la corsa ai premi delle assicurazioni, i processi di accertamento delle responsabilità nell’affondamento, le varie rivisitazioni sul tema (dalla letteratura al cinema)… tutto ha contribuito a rendere l’inaffondabile Titanic la nave più famosa di tutti i mari e di tutti i tempi:

un mito che non si inabisserà mai.

Nella nostra Biblioteca trovate un’ampia sezione dedicata al “mare” in tutte le sue declinazioni: dalla storia dei transatlantici alla cultura materiale e tecnica; dalla storia militare alla letteratura ispirata al mare e alle avventure dei navigatori; dall’archeologia subacquea alla biologia marina. Cliccate di seguito: Sezione Mare.

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ASIMOV ED I SUOI ROBOT.

A trent’anni dalla scomparsa del padre della moderna fantascienza, Isaac Asimov resta uno dei colossi della letteratura mondiale.

Di nascita russo e naturalizzato americano, egli fu non solo scrittore ma anche biochimico e saggista: numerosissimi infatti sono gli scritti di divulgazione scientifica che spaziano tra i più disparati campi della ricerca.

La narrativa di Asimov è popolata da insediamenti interplanetari e da robot.

Questi ultimi – macchine perfette e simulacri dell’uomo – sono vivi, efficienti ema anche imprevedibili. Seppur diversi dall’uomo per “materiale di costruzione” e per storia, e dotati di cervelli meccanici che funzionano secondo meccanismi di reazione impostati a monte (diremmo “senz’anima”), a volte somigliano all’uomo così tanto da porre perturbanti interrogativi sul punto di frizione tra la “meccanicità” e l'”umanità”.

Il cervello di cui sono dotati è POSITRONICO in quanto composto dai cd. “positroni”, ossia delle antiparticelle – che nel nostro universo fatto di elettroni non potrebbero esistere poiché le due particelle opposte si annichilirebbero in un istante distruggendo la materia: l’annullamento delle due particelle opposte ha come conseguenza la produzione di energia, che nella visione dello scrittore doveva essere immaginata come una scintilla assimilabile a quella che nel pensiero umano si verifica nei neuroni.

Tutti i robot di ideazione asimoviana obbediscono a quelle che sono universalmente note come le “Tre Leggi della Robotica” – fonte di ispirazione per gli esperti di robotica e di intelligenza artificiale e cibernetica:

Prima Legge: un robot non può recar danno ad un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.

Seconda Legge: un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, a meno che questi ordini non contrastino con la Prima Legge.

Terza Legge: un robot deve salvaguardare la propria esistenza, a meno che questa autodifesa non contrasti con la Prima o la Seconda Legge.

Tra tutti i racconti di robot, il preferito dallo stesso autore era “The Bicentennial Man” scritto nel 1976 in occasione dei duecento anni dalla dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America (da cui è stato tratto nel 1999 il film “Bicentennial Man”, diretto da Chris Columbus, con l’indimenticabile Robin Williams nei panni del robot Andrew).

Questo racconto è una sintesi perfetta tra tutti gli elementi distintivi dell’universo dei robot asimoviani – il pregiudizio (degli uomini) causato dal sentire i robot come minaccia; l’ironia a tratti sprezzante (da parte sempre degli esseri di carne e ossa) usata nei confronti dei robot, ritenuti goffi ed inferiori; il rigido agire necessitato dalla gerarchia delle tre leggi della robotica; la paura dell’uomo di non essere all’altezza della macchina – ma nel contempo esplora aspetti rispettosamente verosimili.

Il robot NDR-113, chiamato Andrew dalla figlia minore della famiglia che lo aveva comprato, è dotato di una innata personalità – un errore secondo la ditta produttrice – che lo porta a conquistare dapprima la fiducia dei suoi proprietari, poi la sua stessa libertà, ed infine la mortalità, ritenuta ultima vera grande diversità tra gli uomini ed i robot.

Un percorso che vale la pena leggere (“Tutti i miei robot”, inv. 106353, coll. 257 B 003) e che vi offrirà il fianco per profonde riflessioni sul vero senso dell’umanità.

Presenti in Biblioteca anche l’intero Ciclo delle Fondazioni, altri racconti e romanzi e parte delle opere di divulgazione scientifica a firma Isaac Asimov.

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25 aprile – Anniversario della Liberazione d’Italia

Presto sarebbero giunti gli Alleati. Non ci sarebbero più stati bombardamenti, incendi, rastrellamenti, arresti, fucilazioni, impiccagioni, massacri. E questa era una grande cosa.

E neanche mi spaventavano le difficoltà pratiche, materiali, che bisognava affrontare per ricostruire un paese disorganizzato e devastato: ché le infinite risorse del nostro popolo avrebbero trovato per ogni cosa le più impensate e impensabili soluzioni.

Confusamente intuivo però che incominciava un’altra battaglia: più lunga, più difficile, più estenuante, anche se meno cruenta. Si trattava ora di combattere non più contro la prepotenza, la crudeltà e la violenza, – facili da individuare e da odiare, – ma contro interessi che avrebbero cercato subdolamente di risorgere, contro abitudini che si sarebbero presto riaffermate, contro pregiudizi che non avrebbero voluto morire: tutte cose assai più vaghe, ingannevoli, sfuggenti.

E si trattava inoltre di combattere tra di noi e dentro noi stessi, non per distruggere soltanto, ma per chiarire, affermare, creare; per non abbandonarci alla comoda esaltazione d’ideali per tanto tempo vagheggiati, per non accontentarci di parole e di frasi, ma rinnovarci tenendoci “vivi”. Si trattava insomma di non lasciar che si spegnesse nell’aria morta d’una normalità solo apparentemente riconquistata, quella piccola fiamma d’umanità solidale e fraterna che avevam visto nascere il 10 settembre e che per venti mesi ci aveva sostenuti e guidati. […]

Tutto questo mi faceva paura. E a lungo, in quella notte – che avrebbe dovuto essere di distensione e di riposo – mi tormentai, chiedendomi se avrei saputo esser degna di questo avvenire, ricco di difficoltà e di promesse, che m’accingevo ad affrontare con trepidante umiltà.

da Diario partigiano di Ada Gobetti

Nella preziosa testimonianza della giornalista e partigiana Ada Gobetti, tratta dal suo Diario partigiano, sono concentrati tutti i concetti chiave di ciò che che è stata la Resistenza: prepotenza, crudeltà, violenza ma anche uno speranzoso ritorno alla normalità faticosamente riconquistata e la visione di un avvenire difficile ma ricco di promesse. A chi le chiedeva cosa pensava delle celebrazioni della Resistenza, ebbe a rispondere con queste parole: “Mi sembra che la stiano impacchettando con un bel cartellino per mandarla al museo. […] La sua validità sta nel fatto che in essa non poteva esistere conformismo: situazioni sempre nuove imponevano soluzioni sempre nuove, e questo bisogna farlo capire ai giovani. Se sapremo analizzare spregiudicatamente quel periodo con i suoi contrasti, i suoi limiti, i suoi errori, daremo loro la possibilità di una scelta”. (dall’Introduzione di Goffredo Fofi a Diario partigiano, Einaudi, 1996).

Proprio per mantenere vivo il ricordo di ciò che la Resistenza ha significato per un’intera generazione abbiamo messo a disposizione due bibliografie:

la prima costituita da titoli presenti nelle biblioteche delle province di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata consultabili interattivamente dal catalogo BiblioMarcheSud il cui elenco trovate a disposizione anche QUI

la seconda, rivolta principalmente ai ragazzi, costituita da risorse consultabili dalla piattaforma di prestito digitale MLOL (MediaLibraryOnLine) – Regione Marche a questo link

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LUNA, ISPIRATRICE DELLE ARTI.

Il “naso all’insù” è da sempre stato profondo “talento” dell’essere umano; sin dall’antichità gli artisti hanno trovato ispirazione nel diafano e misterioso satellite, forse più di quanto siano stati altrimenti suggestionati.

Dai versi dei poeti, alle armonie dei musicisti, passando attraverso i colori dei pittori più riconoscibili, il senso nel contempo di nostalgia (forse di iperuranica memoria) e di magnetica attrazione dalla Luna in noi suscitato ha trovato indimenticabili e sublimi espressioni.

Il musicista Claude Debussy (nato in Francia nel 1862), folgorato dalle poesie di Baudelaire, Mallarmé e Verlaine, ha tradotto in musica le suggestive atmosfere tanto care ai simbolisti francesi. Nel 1882, ispirato dalla raccolta “Fêtes galantes” di Paul Verlaine (nato in Francia il 30 Marzo 1844), il Maestro cominciò a lavorare al suo “Clair de Lune“, che nel 1905 confluì nella “Suite Bergamasque”.

La poesia di Verlaine “Clair de lune” – da leggere rigorosamente a voce alta ascoltando la musica di Debussy – così recita:

Votre âme est un paysage choisi
Que vont charmant masques et bergamasques,
Jouant du luth et dansant et quasi
Tristes sous leurs déguisements fantasques
.

Tout en chantant, sur le mode mineur,                            5
L’amour vainqueur et la vie opportune,
Ils n’ont pas l’air de croire à leur bonheur
Et leur chanson se mêle au clair de lune,

Au calme clair de lune triste et beau,
Qui fait rêver les oiseaux dans les arbres                       10
Et sangloter d’extase les jets d’eau,
Les grands jets d’eau sveltes parmi les marbres
.”

….E il canto si fonde con il chiaro di luna/ con il sereno chiaro di luna triste e bello/che fa sognare sugli alberi gli uccelli/e singhiozzare d’estasi le sorgenti d’acqua/le grandi sorgenti che veloci sgorgano fra le rocce….

Nato lo stesso giorno di Verlaine (30 Marzo, ma del 1853), anche il celeberrimo pittore olandese Vincent Van Gogh fu ispirato dalla Luna….

…..E ve ne forniamo piccolo assaggio con la promessa, da parte vostra, che ci farete visita per approfondire l’affascinante storia e le affascinanti opere dell’ingegno e della creatività dell’Uomo!

Bibliografie, Biblioteca, da oggi in biblioteca..., Scaffale tematico

Libri in lingua polacca disponibili in Biblioteca

Grazie alla donazione pervenuta nel mese di settembre dello scorso anno da parte della Associazione Italo-Polacca Wojtek, attiva nelle città di Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto, il patrimonio della Lesca si è arricchito di volumi in lingua di vario genere: narrativa, saggistica, libri per bambini e ragazzi.

Nello specifico si tratta di ben 187 documenti di cui 51 volumi per ragazzi tutti disponibili al prestito. Per consultare l’elenco completo cliccate qui.

Alcune curiosità: sono presenti due copie de Il nome della rosa del nostro Umberto Eco, classici della letteratura, tra cui Papà Goriot di Honoré de Balzac e I tre moschettieri di Alexandre Dumas, ma anche narrativa di autori contemporanei quali Ken Follett, Stephen King e Nora Roberts.

Non mancano naturalmente gli autori polacchi: la poetessa Wislawa Szymborska, il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura 1905 Henryk Sienkiewicz e Stanisław Lem, prolifico autore che coniuga il genere della fantascienza con il romanzo filosofico.

Biblioteca, Lettura, Storia del libro

LIBRI “IN MASSA”: LA GRANDIOSA INVENZIONE DI GUTENBERG.

Correva l’anno 1455, e per la prima volta nella storia dell’Uomo fu possibile riprodurre, identiche tra loro, tutte le copie immaginabili di un unico libro: Johannes Gensfleisch detto Gutenberg aveva dato avvio alla “rivoluzione della stampa” mediante l’invenzione della stampa a caratteri mobili.

Prima della grandiosa intuizione del tedesco, i libri venivano copiati a mano (la trasmissione delle conoscenze avveniva attraverso i manoscritti) e successivamente riprodotti attraverso la xilografia, ovvero la tecnica di incidere una tavola lignea, di inchiostrare la parte in rilievo e di porla sopra un foglio di carta che veniva poi tamponato a mano o mediante pressatura meccanica.

Tuttavia se da un lato i manoscritti richiedevano un’infinità di tempo per essere completati, dall’altro le matrici di stampa utilizzate nella xilografia potevano essere impiegate solo per stampare sempre la stessa pagina e fino a che non si danneggiavano, cosa che accadeva molto spesso con aggravio di costi.

Gutenberg ovviò alle problematiche esistenti attraverso l’ideazione di un sistema complesso: un numero elevato di caratteri mobili sufficienti per realizzare parecchie pagine, una matrice di metallo malleabile ma resistente, un inchiostro più grasso rispetto a quello usato dai copisti, un torchio formato da una superficie orizzontale su cui veniva sistemato l’insieme delle pagine predisposte per essere stampate contemporaneamente e da un’asse verticale che con un colpo di barra si abbassava imprimendo sul foglio i caratteri inchiostrati. I cubetti metallici (su ciascuno dei quali compariva in rilievo a rovescio un carattere) venivano assemblati in linee che erano poi unite così da creare le pagine complete di testo; quindi ogni matrice relativa ad una pagina veniva inchiostrata e successivamente stampata (ossia impressa su foglio) con l’utilizzo del torchio pressore.

La portata di questa invenzione fu davvero RIVOLUZIONARIA perché rese i libri bene comune e diffuso anziché elitario, così contribuendo come mai nessuno strumento in precedenza all’alfabetizzazione di massa e determinando profondi cambiamenti nel modo di conservare e trasmettere le informazioni e, addirittura, nel modo stesso di pensare dell’uomo.

La stampa gutenberghiana portò a privilegiare la sinteticità, l’analiticità, l’oggettività, il pensiero astratto e la vista tra tutti gli altri sensi, insegnando agli uomini a non usare gli occhi ed esplorare le immagini un pezzo alla volta ma ad avere una visione d’insieme. Favorì inoltre lo sviluppo delle lingue nazionali, a discapito del latino che non era certo lingua accessibile al vasto pubblico di laici che beneficiò per primo del rinnovamento.

L’invenzione di Gutenberg ha dunque costituito una delle scoperte più importanti nella STORIA DEL LIBRO ed altresì nella STORIA DELLA COMUNICAZIONE in generale, in ordine di tempo preceduta solo dall’invenzione della scrittura avvenuta nel quarto millennio a.C. e solo in tempi recentissimi (Ottocento e Novecento) seguita dall’avvento del telegrafo, della radio, della televisione e dei computer.

La stampa a caratteri mobili è stata congiunzione imprescindibile tra il vecchio ed il nuovo, senza la quale la nostra vita di oggi non sarebbe così come la conosciamo.