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Il più antico cimitero della comunità ebraica di Roma

In occasione della Giornata della Memoria pubblichiamo uno scritto sulla catacomba di Monteverde a Roma di Silvia Allegra Dayan, addetta alla catalogazione presso la nostra Biblioteca.

Questo contributo è dedicato all’amica Daniela Di Castro.

Sotto il regno di Domiziano, una delegazione di quattro Rabbini visitò la comunità ebraica di Roma.

I quattro famosi saggi erano il patriarca Rabban Gamaliel II, Rabbi Akiva, Rabbi Johanan ben Hananiah e Rabbi Joshua ben Azariah.

Durante il viaggio a Roma, i saggi incontrarono la comunità ebraica e in uno di questi incontri si soffermarono a parlare di esegesi con una donna romana, proselita della religione giudaica che pose numerose domande a Rabban Gamaliel circa il Deuteronomio (10, 17) e Numeri (6, 26). Rabbi Joshua rispose alle domande con una parabola, poi venne Rabbi Aquiva che insegnò, e Rabbi Meir che spiegò le diverse sentenze con le preghiere (Ros ha-sana, 1076, 17 b, e 18 a).

Questo viaggio a Roma viene datato al 90-95 d. C. circa, alla fine del I secolo d. C., dove la comunità ebraica era presente da tempo, e la proselita doveva essere un personaggio molto importante tanto da essere ascoltata dai quattro rabbini, che risposero alle sue domande.

Su questa proselita, dal nome particolare, torneremo a parlare dopo.

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Giovanni Battista Nolli, 1748: Roma, particolare della pianta dell’area intorno alla Porta Portese.

 

Nel 1914, in seguito a nuove frane sulla collina del Monteverde, un giornalista si inerpicò fino a raggiungere una spianata polverosa e piena di detriti sulla quale si apriva un ingresso ad un luogo oscuro e tenebroso, un’area di quella che era stata la più grande e antica catacomba della comunità ebraica di Roma.

Su quello spiazzo giocavano alcuni bambini e il giornalista si fermò a chiedere loro notizie su quel luogo così particolare, e uno dei bambini confessò che loro non entravano più in quel cimitero perché avevano paura, ma lui una volta vi era entrato e aveva riportato a casa “un piatto” che il padre gli aveva tolto e lui “non lo aveva visto più”.

Continuò il bambino “Ogni giorno, nel pomeriggio tardi arrivava lì un oste con almeno altre due persone ed entravano in catacomba, da dove uscivano quasi due ore dopo portando via un carretto pieno pieno di roba”. E questo accadeva “tutti i giorni da molto tempo”, e disse ancora il bambino “E’ un oste grosso grosso…”.

Il giornalista dopo quel racconto concluse argutamente che evidentemente “Chi muore fa i conti senza l’oste”.

Ma la catacomba di Monteverde non aveva fatto i conti né senza l’oste né senza i cavatori di marmi che diversi secoli prima avevano cominciato a depredarla, e fra questi c’era anche il fiorentino Bartolomeo Bassi, scalpellino e marmoraro attivo a Roma negli ultimi decenni del secolo XVI sul quale, come per la proselita, torneremo dopo.

Una mattina del 1602, Antonio Bosio si arrampicò sulle alture del Collerosato dove insieme a due amici che lo accompagnavano, riuscì a trovare un imbocco che conduceva nei meandri scavati nel tufo e superato il timore per il pericolo incombente, dovuto alla posizione infelice di quell’ingresso che strapiombava nel Tevere, il Bosio e i suoi accompagnatori riuscirono a penetrare in quella che poi verrà riconosciuta come la più antica catacomba ebraica di Roma.

Questa “scoperta” ufficiale era stata preceduta dall’intensa attività di ricerca fatta dai predatori di marmi che, intrufolandosi in queste antiche gallerie, avrebbero agevolato poi le ricerche e le scoperte degli archeologi.

Roma 1602, Sabato 14 dicembre. Antonio Bosio insieme a Giovanni Pietro Caffarelli e a Giovanni Zaratino Castellini, uscirono dalla Porta Portese e al I miglio della via si inerpicarono sulle colline del Monteverde, dove fecero una straordinaria scoperta…

Antonio Bosio, il padre dell’archeologia sotterranea di Roma, nella sua opera “Roma sotterranea”, dedica l’intero Cap. XXII al “Cimiterio de gli Hebrei ritrovato nella Via Portuense”.

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Antonio Bosio, Roma sotterranea (1632), p. 143

Questa è la sua descrizione:

“… Siamo diverse volte usiti dalla Porta Portuense e andati con diligenza ricercando le Vigne, e campi di essa per scoprir i sacri cimiterij, però ancorché per relazioni di vignaroli vecchi e practici di questi paesi, habbiamo havuta relazione esere tutti quei luoghi vuoti, e con cavi sotto…”.

“… Per l’antichità … avea Pompeo condotto a Roma infiniti Giudei schiavi…”.

“… Si che in tempi di Augusto havevano in Roma la loro sinagoga, facevano le radunanze, e solevano anche mandare in Gierusalem le collette in nome di primitie…”.

“… Essendo venuti alcuni Ambasciatori mandati da Gierusalem al medesime Augusto, furono accompagnati da più di otto mila di quei che all’hora abitavano in Roma…”.

Tiberio confermò le leggi che Augusto aveva promulgato in favore degli Ebrei, ma dopo che gli Ebrei romani cercarono di fare aderire alla loro religione Fulvia, moglie di Saturnino, ne mandò quattro mila in esilio in Sardegna. Domiziano ordinò il Fiscus Iudaicus, e Severo Alessandro riconobbe alcuni privilegi alla comunità ebraica.

“… Fu poi assegnata a detti Giudei per loro habitatione in Roma la Regione di Trastevere… come riferiscono Marziale, Cicerone e Filone”.

“… Anzi durò l’habitatione de’ Giudei in Trastevere fin à secoli poco lontani da’ nostri; rimanendo ancora memoria appresso i vecchi moderni Hebrei per traditione havuta dagli antichi loro, del luogo, ove era la Sinagoga non molto lontano dalla Chiesa di S. Salvatore in Curte, ch’era in quel Rione di Trastevere…”.

“… Ne segue, che dovevano haver’ancora in Roma il loro particolar Cimiterio, fuori d’una delle porte di Trastevere: & essendo Via Portuense più agiata, e comoda, per esser piana, e più vicina della montuosa Aurelia, ne conviene di conseguenza, che il Cimiterio, del qual’hora tratteremo, ritrovato da noi nella Via Portuense, fosse il Cimiterio de gli Hebrei…”.

“… Il detto Cimiterio dunque fu ritrovato in questo modo.

Non restando noi contenti di quei soli aditi Cimiteriali descritti nel precedente Capitolo, seguitammo di ricercare tuttavia con diligenza le Vigne, e luoghi della via Portuense.

E perrò il Sabbato 14 di Decembre dell’anno 1602 essendo usciti dalla medesima Porta in compagnia del Marchese Giovan Pietro Caffarelli nobile Romano, e di Giovanni Zaratino Castellino gentil’huomo ornato di belle lettere, entrammo in quel medesimo primo diverticolo, che si trova a man diritta, salimmo il detto Colle Rosaro, e penetrammo in una Vigna, che fu altre volte del Vescovo Ruffino, & in quel tempo era posseduto dalli figliuoli del q. Mutio Vitozzi. Nell’estremità di questa Vigna, che riguarda il Tevere ritrovammo una bocca di grotta angusta, difficile, e pericolosa, stando alla rupe d’una balza, alla quale soggiace un vallato, ove sono sotto al Cimiterio gran cave di tufo. Entrati dunque per questa bocca con il corpo chino, penetrammo nel Cimiterio; il qual’è intagliato nel tufo, (ancorche in alcuni luoghi assai tenero), & è di mediocre grandezza; percioche in due hore, che vi stemmo, ci parve di averlo circondato tutto; se bene si conosceva esservi de gli altri aditi, e strade ripiene, le quali può essere, che girino molto di più. Questo Cimiterio è fatto alla maniera de gli altricon le sue sepolture intagliate nelli muri; & in alcuni luoghi hà delle fosse ancora, e sepolcri cavati nel pavimento: habbiamo però osservato in esso una cosa differente da gli altri Cimiterij, & è che per il più li sudetti monumenti non sono chiusi con tegole, e marmi; ma con mattoni intonacati di calce, dove quasi sempre con lettere rosse si vedeva esservi stati scritti gli Epitaffi: alcuni de’ quali erano scolpiti anche nella calce, e di essi ne habbiamo ritrovati molti; però tutti in Greco, e guasti, secondo, che sono stati aperti li sepolcri dà curiosi, & avidi Cavatori, e levati parte de’ mattoni, e calce, sopra i quali erano scritti; di modo, che da loro non se ne può cavare senso alcuno perfetto, vedendosi solo il principio, che quasi sempre era il medesimo in tal guisa: ENTADE KITE EN EIPHNH; & in un monumento, rimaneva ancora intiero in lettere rosse questo nome ACAMPIKII. Non è da meravigliarsi, che gli Hebrei usassero di far i loro Epitaffi in lingua Greca, e non nell’Hebrea…”.

“… Tornando hora alla descrittione del Cimiterio. Questo è fatto molto alla rustica, e rozzamente non havendo altro, che due soli Cubicoli, e quelli ancora molto piccioli, & ignobili, com’è tutto il Cimiterio; nel quale non si vede ne pure un frammento di marmo, ne pittura, ne segno alcuni di Christianità; solo (quasi per ogni sepoltura) si vede dipinto di color rosso, ò impresso nella calce, il Candelabro delle sette lucerne: usanza peculiare de’ Giudei, che perseverò fin à tempi nostri; come ne facevano testimonianza li Titoli, levati dal moderno Cimiterio loro per ordine della sacra Riforma; in molti de’ quali era scolpito il Candelabro, in tal modo. Ritrovammo ancora quivi molte lucerne di terra cotta, rustiche, e rozze, e quasi tutte rotte: una solamente intiera, nella quale era impresso il sudetto Candelabro, la quale habbiamo appresso di noi, & è della forma come qui di sopra si vede. E dentro una sepoltura trovammo una medaglia di metallo, talmente corrosa dall’antichità, che non fù possibile poterne comprendere cosa alcuna. Dal non ritrovarsi dunque in questo Cimiterio segno alcuno di Christianità dall’hauer letto in un frámento che si trovò d’vn’Iscrittione, questa parola concisa, CYNAGOG, e dalle altre cose sopradette habbiamo giudicato, e crediamo fermamente, che questo fosse il proprio Cimiterio de gli antichi Hebrei”.

In località Colle Rosato, i visitatori si calarono da una stretta apertura, e si ritrovarono in un’area cimiteriale di dimensioni moderate con diverse tipologie sepolcrali, loculi nelle pareti e formae scavate nel pavimento. Le tombe dovevano essere chiuse da lastre di terracotta imbiancate sulle quali spesso il Bosio riconobbe la scritta EIPHNH dipinta di rosso con lettere greche. Il tutto appariva già devastato dai predatori, con le lastre di chiusura delle tombe rotte da chi voleva cercare qualcosa al suo interno.

Il Bosio vide su di un loculo una Menorah dipinta e su un altro loculo un altro candelabro graffito, e ritrovò alcuni reperti come un’iscrizione che richiamava una sinagoga e una lucerna con il candelabro, e capì di essere entrato in una catacomba ebraica. Il Bosio però contraddice in parte le proprie affermazioni perché dopo aver descritto le due immagini della Menorah dipinta e graffita sui loculi, e dopo aver ritrovato il marmo con l’iscrizione che ricordava una sinagoga, egli afferma “non si vede un frammento di marmo, né di pittura”.

Narra il Bosio “una cosa differente dagli altri cimiteri e che per il più li suddetti monumenti non son rinchiusi con tegola e marmi ma con muroni intonacati di calce, nelle quali quasi sempre con lettere rozze essere stati scritti gli epitaffi alcuni de quali essendo scolpite anche nella calce”.

La spedizione durata due ore circa, permise ai visitatori di ritrovare alcuni frammenti di iscrizioni sepolcrali e lucerne recanti il simbolo della Menorah, e dentro un loculo un “medaglione” molto rovinato.

Dai disegni del Bosio. integrati dalle fotografie del ritrovamento della stessa parete loculo con Menorah dipinta, si riconoscono chiaramente alcuni elementi:

  1. a) i tre loculi sovrapposti sopra ai quali è dipinta la Menorah, occupano la parete di fondo di una galleria;
  2. b) i loculi sono di dimensioni minori rispetto a quelli della parete perpendicolare, per cui dovevano essere sepolture per bambini;
  3. c) il loculo sottostante che conserva ancora una tegola di chiusura, è più piccolo degli altri due;
  4. d) al di sotto dei tre loculi disegnati, si vedono gli inviti di almeno altre due file di loculi giustapposti, per cui la Menorah era dipinta nello spazio soprastante tutti i loculi sovrapposti, che dovevano essere cinque e forse più.

Mentre in Bosio le dimensioni sono reali, nelle opere del Vasi e del Bianchini la prospettiva è falsata per cui i loculi sembrano di dimensioni maggiori.

Il Bosio, nella sua opera, ricorda anche due iscrizioni funerarie giudaiche riutilizzate in due chiese di Trastevere.

La prima, la vide nella Chiesa di S. Cecilia “In Sancta Caecilia, nella Roma di Trastevere, nel pavimento … che sta a mano destra nell’entrar della chiesa, avanti per la porta dell’oratorio, e bagno di detta santa, vi è questo altare … (e un’iscrizione) greca con il medesimo segno del candelabro”.

La seconda era nella Chiesa di in St. Salvatore de Curtis “Nella suddetta Chiesa di San Salvatore in Curte in Trastevere un frammento (di marmo) nel quale rimaneva il segno del candelabro in questa guisa”.

Il Bosio erediterà le copie di alcune pitture cimiteriali riprodotte dal fiammingo Philips van Winghe, e pubblicate nella sua opera, e il Bosio in relazione alla descrizione del van Winghe afferma “Si ritrovarono in questo Cimiterio sette Monumenti arcuati; le cui pitture furono all’hora copiate da Filippo Vinghio Fiammengo, e dal Ciaccone ancora, da’ quali noi l’habbiamo havute”.

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G. Vasi illustrazione da G. Bianchini, Delle Magnificenze di Roma Antica e Moderna 1: Delle Porte e Mura di Roma con Illustrazioni, Roma, 1747, p. 57 (Houghton Library, Harvard University)

Giovanni Angelo Santini, l’illustratore dell’opera del Bosio, che probabilmente aveva visitato il sito prima degli altri informandoli poi i compagni dell’esistenza in zona di alcune cavità sotterranee, riprodusse il disegno di una Menorah dipinta di rosso collocata al di sopra di un loculo scavato nel muro di fondo di una galleria, chiuso con lastre di terracotta imbiancate dove a fianco dell’apertura del loculo si riconoscono due lettere in lingua greca “E” e “K” verosimilmente anch’esse dipinte di rosso. Il loculo occupava la posizione più alta rispetto ad altri due inferiori. Il Santini appose la sua firma come “Toccafondo” su una tegola di chiusura di un loculo della catacomba ebraica di Monteverde, rinvenuta da Nicholaus Muller durante gli scavi del 1904-1906.

Zaratino Castellini, uno dei tre visitatori del 1602, sulla sua copia personale dell’opera dello Smetio, annotava a margine alcune notizie molto importanti e non riportate dal Bosio, e cioè che la catacomba “era iuxta vineam de Panillis … uno ab Urbe lapide in colle rosato … (cimitero) vastum in quo sepulti sunt solum Hebraei Graeci”.

Il Castellini ricorda di aver veduto tracce di iscrizioni dipinte in rosso sulle tegole imbiancate, tutte in cattivo stato di conservazione, le due immagini della Menorah dipinta e incisa nella calce, la parola CYNAGOG su un’iscrizione in lingua greca su una lastra di marmo conservata poi da Antonio Bosio.

Già nel secolo XII, l’ebreo spagnolo Beniamino di Tudela, visitando Roma, nel suo Itinerario descriveva un luogo che con ogni probabilità corrispondeva alla catacomba ebraica di Monteverde. Queste le sue parole “in un’altra caverna, in una collina sulla riva del Tevere, sono sepolti i dieci pii messi a morte dall’autorità”.

Nel 1651, Paolo Aringhi nella sua edizione in latino della “Roma sotteranea” del Bosio, descrive la catacomba di Monteverde forse senza averla visitata.

Il Buonarrotti nella sua opera sui vetri ricorda “Come abbiamo accennato di sopra, essendo questi frammenti serviti a’primi Cristiani per solo contrassegno de’ sepolcri, per li quali si servivano anche di cose propri de’ Gentili, non è maraviglia che vi abbiano posto anche questo, fatto e servito quando era intero per uso di qualcheduno, che fosse Ebreo di nazione, conforme si ricava da’ tanti simboli in esso, uniti spettanti senza alcun fallo all’Ebraismo”.

Marcantonio Boldetti, nella sua opera sui “Cimiterij di Roma” del 1720, ricorda di sfuggita la catacomba di Monteverde, pubblicando la tavola di una lucerna con simboli ebraici.

Il Venuti nel 1748 pubblica due iscrizioni che dice di aver ritrovato nel mese di maggio nella “crypta o catacomba” di Monteverde, queste le sue parole “Vedendosi in alcune grotte fu lasciato il corpo all’uso orientale, situati presso all’atrio, ed in altre il terreno cavato con i suoi loculi l’uno superiormente all’altro, come nel nostro sepolcro o coemeterio”.

Negli anni 1770 e 1780, Gaetano Migliore fornisce una nuova descrizione della catacomba riconoscendone lo stato rovinoso dovuto alle frane. Il Raponi pubblica 14 iscrizioni “repertum Romae extra Portam Portuensem anno 1748 in loco qui dicatur Monteverde”. Girolamo Amati completò “un lavoro, una trascrizione, fatta per (Gaetano Marini) di quanto fra i manoscritti di Gaetano Migliore aveva relazione all’opera per esso incominciata sugli epitaffi greci degli ebrei dei tempi imperiali… i quali epitaffi erano stati discoperti in un luogo presso la via Portuense particolarmente addetto alla seppoltura di tal gente”.

Padre Giuseppe Marchi testimonia che “era gran tempo ch’io avevo interrogato i viventi nostri cavatori de’ cimiteri e fatto interrogare i padroni tutti e coltivatori delle vigne che sono sulla falda dal Bosio descritta, se mi sapevano dar conto di qualche bocca che mettesse in quelle spelonche: ma niuno mai aveva saputo danni risposta che m’appagasse. Aspettai quindi il gennajo di questo 1843, quando terminata colà la potatura delle viti, il terreno si rimane ignudo per modo, che di se non può nascondere né una piega sola. In tre diversi giorni, avendo a compagni l’ingegnere Temistocle Marucchi, l’architetto Francesco Fontana e qualche altro di que’ molti che sogliono esser meco in cotali esplorazioni, esplorai palmo a palmo tutta la collina, senza potermi imbatter mai nella bocca ch’era l’oggetto unico di mie ricerche” concludendo che “gli accessi al giudaico cimitero di Monte Verde si sono interamente sottratti all’occhio e al piede del ricercatore”.

Giovanni Battista de Rossi riferisce di aver visto nella collezione del Bosio “Tabellam marmoream, quae nunc extat apud D. Antonium Bosium”, ovvero la lastra con iscrizione ritrovata nella catacomba di Monteverde. Alcuni anni dopo, Michele Stefano de Rossi scriveva “Sul Monte Verde era il cemetero degli Ebrei trovato dal Bosio, ed ora per i naturali cambiamenti del colle al tutto scomparso” confermando il crollo della catacomba. Nel 1879, Mariano Armellini accompagnando suo padre Tito nelle perlustrazioni, riconobbe “in località Pozzo Pantaleo che divideva la Vigna di S, Michele dalla Vigna delle Missioni, dove erano imbocchi delle cave di tufo”. Il Tomassetti fa derivare il toponimo “Colle Rosato” o “Rosaro” dalle rosationes che si facevano presso gli antichi cimiteri. Rodolfo Lanciani riporta una notizia del 1520 che narra che in quegli anni erano state riaperte le antiche cave di tufo “extra Portam Portuensem in loco dicto Rosaro”, e secondo lui il nome “Rosaro” derivava dalla Cappella della Madonna del Rosario in “Pozzo Pantaleone”.

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Catacomba ebraica di Monteverde: resti di gallerie con loculi (scavi del XX secolo)

La catacomba di Monteverde era il più antico cimitero degli Ebrei romani e si estendeva al di sopra delle latomie delle grandi cave del famoso tufo di Montevede, che sorgevano ad un chilometro e mezzo circa dalla Porta Portuense, occupando la parte bassa della collina del Monteverde. Sul finire del mese di ottobre dell’anno 1904 la Commissione di Sacra Archeologia fu avvisata del rinvenimento di alcune gallerie ipogee nell’area della vigna di proprietà dei marchesi Pellegrini Quarantotto, situata circa un chilometro e mezzo fuori Porta Portese, vicino all’attuale stazione di Trastevere e più precisamente tra il cimitero di Ponziano e quest’ultima. L’indagine archeologica, subito mostratasi complessa per la friabilità eccessiva del materiale tufaceo in cui le gallerie erano state scavate, fu affidata a  Nikolaus Muller che, da circa un ventennio, si occupava approfonditamente delle antichità giudaiche di Roma. Gli scavi iniziarono alla fine del mese di novembre del 1904 e proseguirono nel 1905 e nel 1906. I risultati portarono a capire che oltre l’area visitata e descritta dal Bosio, vi erano altre regioni mai esplorate prima.

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Catacomba ebraica di Monteverde: loculo con Menorah dipinta già descritto dal Bosio (scavi del XX secolo)

Il Muller riconobbe l’accesso originario alla catacomba, che era un ampio vestibolo e sei gradini che portavano alla prima galleria ipogea. L’atrio era largo più di 2 metri, con pareti e volta a tutto sesto con paramento in laterizio, dove con una scalinata di sei gradini, larga ben 3 metri, si scendeva in catacomba. Il Muller era del parere che quella scalinata fosse stata realizzata in un momento successivo, perché fra i mattoni del rivestimento era stato fatto abbondante uso di calce. Il Muller ritrovò sul muro di chiusura di un loculo la firma, tracciata a carboncino, del pittore romano Giovanni Angelo Santini, detto il Toccafondo, copista personale del Bosio che, non aveva partecipato all’esplorazione del dicembre dell’anno 1602, ma evidentemente aveva visitato per primo quelle gallerie. Il Muller documentò le tipologie funerarie, quattro cubicoli, e loculi contraddistinti da ricchi corredi applicati esternamente alle chiusure. Sulla base dei nuovi scavi, che documentavano una catacomba molto più vasta, il Muller fece una planimetria delle gallerie.

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Muller, “Il cimitero degli ebrei posto sulla via Portuense,” in Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia 2.12 (1915)
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Catacomba ebraica di Monteverde: resti di gallerie con loculi, e ingresso ad un cubicolo (scavi del XX secolo)
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Catacomba ebraica di Monteverde: resti di gallerie con loculi alle pareti con iscrizioni dipinte e formae sovrapposte aggiunte successivamente che nascondevano le sepolture precedenti (scavi del XX secolo)

Gli scavi del Muller hanno permesso di recuperare ben 201 iscrizioni, delle quali 166 in lingua greca e 35 in lingua latina.

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Catacomba ebraica di Monteverde: loculo ritrovato intatto con iscrizione greca dipinta HTADE XEITE …CON … (scavi del XX secolo)

Presso l’Archivio Centrale dello Stato nel fondo Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione Generale Antichità e Belle Arti si conserva materiale molto interessante, datato dal 1898 al 1919, sulla catacomba ebraica di Monteverde.

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ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, III versamento, II parte (1898–1907), busta 56, fascicolo 120, sf. 10 (pianta): “Roma: catacombe di Monteverde”.

– 1904: le catacombe “non possono facilmente esplorarsi perché in varie parti sono franate ed in altre parti mal sorrette dai piloni che gli agenti atmosferici facilmente scomporrano… La Commissione di Archeologia Cristiana sta facendo studi e rilievi sulla località”. In una seconda lettera del 7 dicembre 1904, Guglielmo Gatti “Mi è  noto con grande competenza ed interesse la CDAS medesima si occupa della conservazione degli antichi cimiteri cristiani del Suburbio. Sono certo che anche nelle odierne casuali scoperte essa porrà ogni cura, affinché, ove sia possible, quel tratto di catacomba venga nel migliore modo tutelato da ulteriori rovina” ( ACS, Min. Pub. Istr. Dir. Gen. AA. BB. AA., vers. 2, pt. 2a, b. 17, fasc. 142).

– “Roma, 1904, Catacombe nella località Monteverde” (G. Fiorelli, 12 dicembre 1904): “Urgente. Ringrazio la S. V. per le notizie datemi intorno alla scoperta di un tratto di catacombe, avvenuta a Monteverde nella proprietà del Marchese Pellegrini. Ne ho scritto in proposito alla CDAS raccomendando, ove sia possible, la conservazione di quell’ipogeo. Intanto vorrà cotesto ufficio riferirmi se ed in qual modo la CDAS medesima provede i necessari lavori.

Il 15 aprile del 1907, la Pontificia Commissione d’intesa con il Ministero della Istruzione Pubblica prega i signori eredi del marchese Benedetto Pellegrini di voler permettere al sig. Prof. Nicola Muller della Università di Berlino di completare nell’interessa della scienza i rilievi e gli studi sulle catacombe giudaiche esistenti nella vigna di loro proprietà in contrada Monteverde presso la Stazione di Trastevere” (ACS, Min. Pub. Istr. Dir. Gen. AA. BB. AA., v. 2a, pt 2a, b. 17).

– lettera 3 gennaio 1910: di Giovanni Pellegrini Quarantotti al Ministero della Pubblica Istruzione (ACS, Min. Pub. Istr. Dir. Gen. AA. BB. AA., v. 4, div. 1, (1908–1912) b. 9, fasc. 88).

– lettera 22 novembre 1906, di Giovanni Pellegrini Quarantotti al Cardinale Pietro Respighi, Presidente della Pontificia Commissione “Il Sig. Marchese Benedetto Pellegrini-Quarantotti concesse già alla Commissione di Archeologia Sacra la facoltà richiestagli di eseguire delle esplorazioni nelle catacombe ebraiche esistenti sotto una vigna di sua proprietà fuori la Porta Portese, in contrada Monte Verde. Ora gli eredi sono informati che per effetto dei lavori relativi, si verificano nel fondo frane ed avvallamenti che constituiscono gravi pericoli de operaj che per conto dell’affituario coltivano il fondo soprastante e con manifesto danno della proprietà e delle sue coltivazioni. E mi hanno inviato a rappresentare tale stato di cose all’Eminenza Vostra, certo che ciò basti perché siano predi pronti ed efficaci provvedimenti, che valgano a scongiurare pericoli e danni, e le conseguente responsibilità sia di fronte alle Autorità sia di fronte ai terzi” (Atti CDAS, 28 (1906–1907).

– lettera 16 febbraio 1909: “Nella vigna di Monteverde presso la via Portuense appartenenti ai Marchesi Pellegrini Quarantotti, venne in luce casualmente alcuni anni or sono la catacomba giudaica già visitata da Bosio alla fine del sec. XVI. Nell’ anno ora in corso (1909) il Prof. Muller della Università di Berlino chiese il permesso di completare esplorazioni e rilievi in quel cimitero per scopo scientifico. Ora, ripartito il Muller, dopo aver condotto a termine i suoi studi, i properietari della vigna insistono in una domanda già prima da essi presentata per ottenere la licenza di demolire la catacomba per gravi pericoli che essa presenta. Il prof. Muller a questo proposito già aveva espresso il parere che, mentre la parte più recente dell’ipogeo può essere conservata, la parte più antica è da demolire… Data però la insistenza dei proprietari, i quali d’accordo col Prof. Muller, affermando la esistenza della necropoli constituisce per essi un grave pericolo prego la S. V. di recarsi nel posto ed esaminare accuratemente le condizioni statiche del monumento e referirsi tosto al Ministero se sia veramente il caso di concedere il permesso che esso venga demolita in tutto o in parte” (ACS, Min. Pub. Istr. Dir. Gen. AA. BB. AA., vers. 4, div. 1, (1908–1912) b. 9).

– lettera 21 febbraio 1909: di N. Muller al Ministero della Pubblica Istruzione: “Il cimitero giudaico si compone di due parti, una più antica ed importante per le forme architettoniche diverse affatto da quelle già conservate nella Roma Sotteranea, con un’altra più recente di forma quasi idonea a quella delle catacombe cristiane. Disgraziatamente però la parte più antica non si può in alcun modo conservare essendosi poi trovato al di sotto una vasta ed antica cava di pietre che è divisa della sovrastante catacomba da un piccolo spessore. E posto ciò facilmente si comprende che se non si eseguissero ivi dei lavori di consolidamento assai costosi, e che i proprietari non intendono naturalmente di fare, e che non possono sperarsi da private persone, veramente l’esistenza di quel rovinoso cimitero sarebbe di una continuata pericolo ed anche assai grave per i proprietari. Lo scrivente esprimere il parere che questo possa, anzi debba demolirsi. Quanto poi all’altra di minore antichità ed importanza, il sottoscritto è di opinione che essa dovrebbe almeno in parte conservarsi, affinché resti sul luogo una memoria di questo antichissimo cimitero giudaico della via Portuense, che nella sua parte più antica, servì di sepolcreto alla primitiva popolazione israelitica in Roma fino degli ultimi tempi della repubblica romana. Il sottoscritto adjunque, esposto tutto ciò, prega cordialmente al E. V. onde voglia concedere il domandato permesso di scava ai Sig. March. Pellegrini-Quarantotti accordando loro la facoltà da loro desiderato. E prega che tale permesso sia concesso con la massima sollecitudine, essendo obbigato di ritornare tra breve al suo insegnamento alla università di Berlino” (ACS, Min. Pub. Istr. Dir. Gen. AA. BB. AA., vers. 4, div. 1, (1908–1912) b. 9, fasc. 180).

– lettera 22 febbraio 1909: contrassegnata come “Urgentissima” da C. Ricci a O. Marucchi: “Dalla nuova lettera del Prof. N. Muller della Università di Berlino, la S. V. apprendersi come egli desiderando proseguire con i suoi studi sui cimiteri giudaici, ha necessità di eseguire esplorazione e rilievi nel cimitero giudaico di via Portuense. I proprietari del luogo i sig. march. Pellegrini Quarnatotti non consentono alla esecuzione delle desiderate esplorazioni se non a condizioni che dopo eseguite le recherche, la catacomba venga demolita per per i gravi pericoli che essa presenta. Il prof. N. Muller però mentre conviene nella necessità di demolire la parte più antica di quel cimitero, sarebbe d’avviso che una parte più recente dell’ipogeo fosse conservata. Questo Ministero, desiderando avere su tale questione l’avviso di persone competenti. prega la S. V. di sottomettere la questione stessa all’esame ed a parere della CDAS, e quindi riferirmene con la restituzione di una lettera” (ACS, Min. Pub. Istr. Dir. Gen. AA. BB. AA., vers. 4, div. 1, (1908–1912) b. 9).

– lettera del 4 marzo 1909 di R. Kanzler a C. Ricci “Il prof. Marucchi mi ha rimessa la lettera e gli allegati della S. V. Ill.ma. a lui inviati riguardanti la progettata demolizione del Cimitero Giudaico a Monteverde. E sono in grado di trasmettere il parere espresso della nostra commissione adjuntasi alla scopo il giorno 1 marzo 1909. La catacomba giudaica già veduta dal Bosio nella fine del sec. XVI, le cui tracce erano poi scomparse e rimaste nascoste ai numerosi investigatori, tornò in luce casualmente alcuni anni o sono in seguito di alcune frane verificatisi nella vigna dei Marchesi Pellegrini Quarantotti a causa delle mine esplose in una cava sottostante degli stessi proprietari concessa in appalto. I proprietari non diedero denuncia alcuna dello scoprimento, e solo la guardia del Ministero, Brizzarelli, poté a stento penetrare nella vigna ed informare codesta Direzione Generale e la nostra Commissione. Le mine e lo sterro della cava hanno posto la parte più antica di quel cimitero in condizioni di non poter esser più sostituita e conservata. La nostra Commissione pertanto mi ha incaricato significare a codesta Direzione Generale delle Antichità e le Belle Arti che essa non intende assumere responsibilità alcuna sulla proposta demolizione, sembrando ai commissari che concedere ufficialmente la destruzione di un monumento, anche ridotto in cattivo stato, ripugni assolutamente ad un Istituto eretto per la conservazione delle Antichità. Colgo l’occasione per professarle i sensi della più alta stima e considerazione” (Atti CDAS, 30, 1908–1909).

– lettera 16 marzo 1909 del Ministro C. Ricci a N. Muller: “La S. V. desiderando proseguire con i suoi studi sul cimitero giudaico ed avendo quindi necessità di eseguire esplorazione e rilievi del cimitero giudaico sulla via Portuense, mi ha informato che i proprietari del luogo non consentono alla desiderate esplorazioni se non a patto che, compiute le ricerche, quella catacomba venga demolita per gravi pericoli che essa presenta. Ai proprietari però dev’essere noto che a forma dell’articolo 11 della vigente legge del 12 giugno 1902 n. 185 per la conservazione dei monumenti e dell’articolo 129 del relativo regolarmento 17 luglio del 1904 è  vietato demolire o atterar gli avanzi ai monumenti esistenti nel loro fondo… Essi debbono chiedere ufficialmente il permesso con domanda motivato alla Soprindentenza dei Monumenti, la quale poi, udito il parere della Commissione Regionale, dovrà riferire a questo Ministero per le opportune deliberazione. Da ciò la S. V. comprende come non si possa permettere alcuna demolizione del monumento di cui si tratta, senza le prescritte cautele e formalità volute della legge in vigore” (ACS, Min. Pub. Istr. Dir. Gen. AA. BB. AA., vers. 4, div. 1, (1908–1912) b. 9).

– lettera 21 novembre 1909: “per un possibile accordo con la Communità Israelitica di Roma”. Altra lettera del 31 gennaio 1910 per “interessare la Communità Israelitica di Roma a concorrere moralmente e materialmente nelle esplorazioni sistematiche e rigorosamente scientifiche di quell’importante cimitero” (ACS, Min. Pub. Istr. Dir. Gen. AA. BB. AA., vers. 4, div. 1 (1908–1912), b. 9).

– lettera 3 gennaio 1910 (ACS, Min. Pub. Istr. Dir. Gen. AA. BB. AA., vers. 4, div. 1, (1908–1912) b. 9).

– lettera 15 febbraio 1910: di C. Ricci al Direttore degli Scavi di Roma (ACS, Min. Pub. Istr. Dir. Gen. AA. BB. AA., vers. 4, div. 1, (1908–1912) b. 9).

– lettera 6 maggio 1910, contrassegnata come “Urgente” “I danni che oggi si sono verificati nel terreno minato in numerevoli cave di pietra, contenenti in superficie il cimitero giudaico sulla destra della via Portuense, furono previste da me e del sig. ing. Marchetti, quando furono inviati dal E.V. con una lettera del 24 gennaio, 1910 (il 622) di referire sullo stato di conservazione e sul possible provvedimento da adottare per l’esplorazione del cimitero suddetto. La relazione presentata da me il 16 febbraio 1910 dimostrava chiaramente che sarebbe stato superiore a forze umane di impedire la graduale rovina della catacomba fin allora rilevato ad un ammasso informe e solo conservate in qualche margine per pochi metri di corsie, che erano già state esplorate dal Prof. Muller anni in dietro. La catacomba giudaica così distrutta da tanto tempo oggi non offre campo ad esplorazione” (ACS, Min. Pub. Istr. Dir. Gen. AA. BB. AA., vers. 4, div. 1, (1908–1912) b. 9).

– lettera 8 giugno 1910: del Direttore degli Scavi al Soprintendente dei Monumenti di Roma B. Marchetti: “Si sono recati il mattino del 4 febbraio nella località Monteverde, sulla destra della via Portuense, nella proprietà del Marchese Pellegrini Quarantotti allo scopo di esaminare lo stato della catacomba giudaica rimasta scoperta da frane smisurate di una sottostante cava di pietra e per studiare possibilmente i mezzi di riparare le frane avvenute e di impedire ulteriori rovine per poter esplorare completemente ogni restante della detta catacomba. Un esame dettagliato, sia dell’ aspetto esteriore dell’intera collina, si dei profondi cavi artificiali e delle frani antiche e recenti dimostre all’evidenza che la grande altura, dai tempi romani ad oggi, fu traforata per ogni verso da latomie altissime e pericolosissime, per l’audacità con cui furono aperte e per la poca resistenza nei piloni di sostegno le gallerie delle cave del piano della via Portuense pernetrarono la collina, giungendo fino quasi alla superficie, ciò fino allo strato di tufo incoerente (cappellaccio) per cui venne a mancare alla gallerie stessa il contrasto del materiale solido e resistente, che doveva costruire la volta. Da ciò un seguito di frane incommensurabile e una commozione generale dell’altura, che ormai si rende pericolosa in tutti i punti, perché  frana di continuo, come abbiamo potuto constatare de visu. Nessuna opera sarà possible ad arrestare, in qualche parte, lo sprofondamento dell’altura. Le suddette frane, le quali danno alla collina l’aspetto di un cratere senza volto, mostrano nelle frattura gli avanzi delle corsie di una catacomba giudaica, le non si fossero manifestate quella frane non sarebbe stata scoperte questa catacomba, ed infatti non si è potuto fare nessuna esplorazione di essa, se non dopo lo sprofondimento di una zona di terreno, e ricercarla o meglio cercare le testimonianze, frugando frammezzo il terreno sconvolto. Questo fu l’opera del Prof. Muller, che però in molti luoghi doveva arrestarsi per evitare gravi pericoli e anche per le difficoltà dell’immenso terrapieno da rimuovere. Esaminando, palmo a palmo, il terreno, scendendo tra le frane non ancora arrestate e recentissime abbiamo potuto convincersi che la catacomba giudaica oggi trovasi interamente sprofondata colle frane e che soltanto il fondo di un corridoi resta visibile in alto tagliata da una frana recente. Soltanto in parte rimangono i brevissimi tratti di corsie esplorate dal perlodato Prof. Muller, ma continuamente in balia delle frane, in modo che non resta possibilità alcuna d’impedirne la scomparsa. In una parola (e in questo dissentiamo parere del Sig Prof. Muller) il cimitero giudaico della Vigna Pellegrini-Quarantotti non era molto esteso e occupava soltanto il lembo meridionale della collina, oggi in parte asportato, e per ogni rimanente sconvolto dalle frane delle enormi cave di pietra. Più verso l’alto della collina, dove il terreno non sembra minato da antiche cave, la frattura delle frane non ha nessun indizio di corsie. Sarebbe quindi inutile, se non impossibile, ogni opera di protezione per salvare quel poco che vedesi travolto e sezionato delle frane stesse, e sarebbe inutile ogni opera di ricerca di nuove corsie. Potrebbe forse con grave dispendio e pericolo ma con scarso risultato tenersi dietro a parziali indagini mano a mano che si determinano le frane, nel modo stesso che tentò il predetto Prof. Muller. Secondo quanto abbiamo dichiarato ci sembra inopportuno di imporre il veto di ricerche, od intimare la conservazione del monumento ai Sig. Pellegrini Quarantotti secondo il deliberato della prima sessione del Consiglio Superiore e poiché  dove essi cavavano non appariscono i segni del cimitero, e dove il territorio è  soggetto ad inevitabili sprofondamenti” (ACS, Min. Pub. Istr. Dir. Gen. AA. BB. AA., vers. 4, div. 1, (1908–1912) b. 9).

– lettera 9 giugno 1910 agli Eredi del Marchese Benedetto Pellegrini Quarantotti: “Lo scioglimento del vincolo non significava aiutare di più l’opera demolitrice delle cave sottostanti alle catacombe stesse … in caso di rinvenimento di oggetti e di antiche epigrafi, le quali si potrebbe trovare per le terre franate” (ACS, Min. Pub. Istr. Dir. Gen. AA. BB. AA., vers. 4, div. 1, (1908–1912) b. 9).

– lettera 1 agosto 1910: a N. Muller “Il Consiglio Superiore per le Antichità e le Belle Arti propone di affidare all’Ufficio Scavi di Roma l’incarico di preparare un progetto per la esplorazione delle catacombe e per la conservazione sin dove è  ossibile di quell’insigne monumento. Il Ministero fece certo cessare il pericoloso lavoro di escavazione nelle prossime cave di tufo ed affidò all’Ufficio per gli Scavi l’incarico della preparazione dell’accennato progetto. Ma l’Ufficio stesso dovette tosto riconoscere che lo stato del cimitero più non permetteva di pensare provvedimenti per la sua conservazione e nemmeno ad una sistematica ricerca. Si fece quindi soltanto alcune fotografie dei pochi avanzi delle corsie che ancora rimanevano. Nel maggio nel corso, poi, in seguito ad una frana rovinò anche le parte del cimitero che era tuttora visibile e oggi può dirsi purtroppo che nulla resta più di quell’importante monumento” (ACS, Min. Pub. Istr. Dir. Gen. AA. BB. AA., vers. 4, div. 1, (1908–1912) b. 9).

silvia 11
Catacomba ebraica di Monteverde: resti di galleria con loculi, visibile dopo una frana del 1920 circa

Altri ipogei vennero alla luce fra il 1913 e il 1919.

Negli ultimi mesi del 1913, nella stessa area ma in proprietà Rey, tornarono casualmente alla luce poche gallerie appartenenti ad una nuova regione mai indagata del cimitero giudaico. La Commissione di Sacra Archeologia, in accordo con la Sovraintendenza ai monumenti, riconosciute le critiche condizioni critiche della zona scoperta e vista l’impossibilità di poter conservare il monumento per l’alto rischio di crolli, decise, sotto la supervisione degli Ispettori Enrico Josi e Giorgio Schneider Graziosi, di spogliare le gallerie di tutta la suppellettile archeologica. Dopo altri crolli quello che restava del cimitero giudaico andò completamente perduto in una frana rovinosa.

Il 4 giugno 1914 le nuove catacombe scoperte in proprietà Rey vengono descritte come “in condizioni peggiori di quelle di vigna Pellegrini-Quarantotti. L’ingegnere impone l’abbandono dopo aver portato al Museo Lateranense quanto è possibile asportare”. Ed è evidentemente in questa occasione, che il giornalista visitò la zona e parlò con i bambini “dell’oste grosso grosso”.

Nel 1919, anche l’utilizzo di mine esplosive per l’estrazione del materiale lapideo fu certamente devastante per la fragilità delle gallerie in cui erano state scavate le catacombe, infatti Roberto Paribeni riferisce “Lavori di mine per l ‘estrazione di tufo litoide han fatto crollare altri tratti di galleria del noto cimitero giudaico di Monteverde, che per le disperate loro condizioni di sicurezza non fu possibile salvare negli anni delle maggiori scoperte, e di cui non rimane ora che il breve tratto di galleria inaccessibile rappresentato nella nostra fotografia”. Il Paribeni fece trasportare il materiale rinvenuto nello scavo al Museo Nazionale Romano.

Una relazione ufficiale, redatta al fine di documentare la realizzazione di un piano di sviluppo edilizio destinato alla costruzione di case popolari, testimonia che il 14 ottobre del 1928 le frane provocarono un crollo devastante.

Secondo Gioacchino de Angelis d’Ossat, le cause che concorsero a tale crollo, oltre alla cattiva qualità naturale del suolo, vanno ricercate sia nella poca compattezza dello strato geologico nel quale erano scavate le gallerie, un banco di tufo vulcanico rossiccio semilitoide, che nella indiscriminata asportazione del celebre tufo di Monteverde e nello spianamento continuo del terreno.

  1. De Angelis d’Ossat, nella sua opera “La catacomba ebraica a Monte Verde” scrive “Sarebbe oltremodo desiderabile che le Autorità competenti fossero vivamente interessate dalla Commissione Pontificia preposta alle Catacombe, dall’Istituto ed Accademia di Archeologia Sacra e dall’alta gerarchia religiosa israelitica, affinché sia almeno conservato, quale testimonio dell’importante documento storico religioso, l’ultimo relitto, per quanto devastato, pur sicuramente riconoscibile. Le condizioni geo-idrologiche del cimitero ebraico, pur non ottime rispetto alla statica, erano però migliori di tante altre catacombe cristiane che tuttora possiamo visitare. La devastazione devesi senza altro attribuire all’uomo che scavò irrazionalmente le latomie in seno al sottostante tufo da costruzione, anche ammesso il concorso dell’esistente cimitero. All’uomo però devonsi concedere le attenuanti dell’ignoranza della presenza della catacomba e della necessità quasi assoluta di procurarsi il materiale da costruzione e di allargare la cerchia cittadina”.

Nel 1928, durante la costruzione della Chiesa Regina Pacis al di sopra della ferrovia Roma-Viterbo furono rinvenute aree ipogee con loculi chiusi con tegole, probabilmente “giudaiche”.

Come dicevano all’inizio … dopo la morte del Bramante nel 1514, Papa Leone X nominò Raffaello magister operis di S. Pietro e poi praefectus marmorum et lapidum omnium, carica che non gli conferiva poteri di vigilanza e tutela ma soltanto la precedenza su tutti gli altri cercatori ufficiali e abusivi intenti a spogliare la città. Dal saccheggio erano escluse le epigrafi, perché era proibito a cavatori e scalpellini di segare e di distruggere i marmi con iscrizioni sine iussu aut permissu, ma questo divieto non fu un deterrente.

Anche le catacombe che costellavano le vie extraurbane furono fonte inesauribile di materiale per i marmorari, gli antiquari e i predatori dell’epoca.

Negli ultimi decenni del XVI secolo, il maestro fiorentino Bartolomeo Bassi che era scalpellino e lavorò come Capo Mastro alla Fabbrica Capitolina, aveva una bottega vicino a S. Marco, nei pressi di Piazza Venezia, e fu attivo a Roma dal 1570 al 1619.

Tra i permessi rilasciati ai marmorari dell’epoca si registrano anche alcuni conti relativi a Mastro Bartolomeo che trasportò, tra l’altro, una volta trecento, un’altra volta seicento, e poi ancora trecento “carrettate di marmi”, da usare per le costruzioni cittadine.

Nella moltitudine di marmi che Mastro Bartolomeo aveva nella sua officina, Il fiammingo Philips van Winghein vide un sarcofago marmoreo con iscrizione latina che descrive così:

In aedibus Bartholomei Bassi marmorarii apud S. Marci 1592. Sarcoph.

BETURIA PAUCLA F DOMI HETERNAE QUOSTITUTA

QUAE BIXIT AN LXXXVI MESES VI

PROSELITA AN XVI NOMINAE SARA

MATER SYNAGOGARUM CAMPI ET BOLUMNI

EN IRENAE AYCYMISIS AYTIS

L’iscrizione funeraria apparteneva ad una donna di nome Beturia Paula, che visse anni 86 e mesi 6 e fu proselita del giudaismo per 16 anni con il nome di Sara, ricoprendo l’importante carica di Mater synagogae di ben due sinagoghe, quella dei Campenses e quella dei Volumnenses.

… Anche la proselita che interrogò i quattro Rabbi a Roma in età domizianea, aveva il nome Beluria o Bluria, e crediamo fermamente che la Beturia che incontrò i rabbini sia la stessa Beturia ricordata nell’iscrizione incisa sul sarcofago che giaceva nella bottega di Mastro Bartolomeo. Erano entrambe due donne molto importanti e la Beturia del sarcofago, da proselita ricoprì l’importante carica di Mater synagogae di ben due sinagoghe.

silvia 12
Catacomba di Monteverde: iscrizione di ILAROS Arconte della sinagoga dei Volumnenses (Museo Nazionale Romano)

Anche l’iscrizione di ILAROS arconte della sinagoga dei Volumnenses come Beturia, proviene dalla catacomba di Monteverde.

Proviene dalla catacomba di Monteverde anche il famoso sarcofago con Stagioni che sorreggono un clipeo centrale che circonda una Menorah, ora al Museo Nazionale Romano. Durante i lavori di restauro si è visto che la lastra marmorea era stata riutilizzata, e reca sul retro l’iscrizione funeraria di un mercante milanese

FRANCISCO DE BELI.O

MEDIOLANENSI MERCATORI

INTEGERRIMO QVI

VIXIT ANNOS L.

ANDREAS DE MARCHESIIS MEDIOLANE

В . M . P.

Procedendo nello spoglio delle iscrizioni conservate nelle chiese di Roma raccolte e trascritte dal Galletti e dal Forcella, si è scoperto che la lastra chiudeva una tomba terragna della Chiesa di S. Lorenzo in Damaso.

Nei secoli XVI e XVII, fra i terreni di proprietà del Capitolo di S. Lorenzo in Damaso figura anche una Vigna posta sulle colline di Monteverde. E appare molto probabile che i canonici di S. Lorenzo usassero anche le catacombe di  Monteverde come cava di materiale per le sepolture della loro chiesa.

La catacomba di Monteverde è senza ombra di dubbio il più antico cimitero della comunità ebraica di Roma, ed è possibile datarla in alcune parti tra la fine del I e gli inizi del II secolo d. C., infatti la proselita Beturia Paulina che aveva incontrato i Rabbi nel 90-96 d. C. circa, muore sedici anni dopo, nel 110 d. C. circa.

La catacomba avrà vita molto lunga perché il sarcofago con le stagioni e la Menorah viene datato al III-IV secolo d. C., e in questo cimitero lavorò anche un lapicida dalla grafia così caratteristica che la sua “mano” è riconoscibile anche nella catacomba ebraica di Villa Torlonia.

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