Narrativa italiana

8 maggio 1912: 100 anni fa nasceva Joyce Lussu

Joyce Salvadori Paleotti, più conosciuta con il nome da sposata Joyce Lussu, è nata a Firenze l’8 maggio 1912. Di famiglia attivamente antifascista, conosce fin dall’adolescenza l’esilio, la lotta politica clandestina, l’illegalità e l’insicurezza economica. Milita nei gruppi di Giustizia e Libertà, dove conosce Emilio Lussu, e partecipa alla guerra partigiana in Francia e in Italia; capitano del Corpo Volontari della Liberazione e medaglia d’argento al valor militare; ha studiato filosofia a Heidelberg, è licenciée ès lettres alla Sorbona, e ha un diploma di filologia e letteratura portoghese dell’università di Lisbona. Militante nella sinistra socialista, è in rapporto costante con i movimenti di liberazione dell’Africa e del Medio Oriente. Ha collaborato con saggi politici e letterari alle principali riviste italiane. Ha tradotto poeti soprattutto del terzo mondo: Nazim Hikmet, Agostino Neto, José Craveirinha, Alexandre O’Neill, Ho Ci Minh, poeti afroamericani; oltre a questi volumi ha pubblicato in riviste traduzioni di poeti curdi, danesi, albanesi, africani.

Nota bio-bibliografica tratta da Fronti e frontiere, presentazione e commento di Nicola Tanda, Mursia, 1967, un testo del 1944 rimasto esemplare per la modernità con la quale narra le pericolose avventure della protagonista e per lo stile che Gaetano Salvemini giudicò un capolavoro di semplicità di chiarezza e di immediata efficacia.

Nonostante la tensione progressista che si accentua nelle opere legate al movimento femminista, resta nell’opera della Lussu, un legame profondo, un rispetto dinamico per le tradizioni, le autonomie culturali, le storie locali, raro per quegli anni, e che la portano ad occuparsi, con la Storia del Fermano, suo luogo d’origine, di un nuovo modo di fare storia locale per introdurla nell’insegnamento scolastico. Così scrive nella premessa al volume a cura de Il lavoro editoriale del 1982, pubblicato dieci anni dopo la prima edizione Marsilio: la metodologia seguita per compilare questa storia era allora una novità. Partire dalla storia locale, dalla storicizzazione del proprio ambiente, non per limitarsi a una cronaca magari agiografica, ma per collegarsi criticamente alla storia generale, non era un metodo diffuso né nelle scuole né nelle accademie; soprattutto se in questa storia s’immetteva anche il quotidiano con i suoi elementi economici, sociologici, antropologici, ecologici, culturali, non in forma conclusiva ma come base di ricerca e di dibattito, aperto a tutti gli apporti successivi. Questo libro veniva perciò accolto come una provocazionee una contestazione al modo comunemente accettato di fare storia. 

Anche se non amava definirsi una poetessa l’esistenza di Joyce Lussu è attraversata dalla poesia e Inventario delle cose certe è il volume che raccoglie l’insieme della sua produzione poetica e il cui titolo, come scrive nella sua Introduzione Gilda Traini, ci immette subito in una precisa dimensione di “poesia”: come a dire che sul certo non possiamo non capirci; non ci sono casi speciali, la maniera di vivere è quella di non prendersi troppo sul serio.

Fino alla primavera del 1998 ha occupato una parte notevole del suo tempo in scuole di ogni ordine e grado, animando incontri che incrociavano percorsi di storia, poesia, autobiografia, progettualità sociale a dimostrazione della profonda fiducia da lei riposta nelle nuove generazioni.

Concludiamo questo nostro ricordo di una delle antesignane del femminismo italiano, una donna ribelle che amava stupire per le sue posizioni sempre rigorosamente “contro”, con una sua poesia tratta da Inventario delle cose certe, precisamente dal capitolo intitolato Il mio futuro vivente:

“Mamma non uscire”/Che mi succede?/Dove sono?/Sono sulla soglia di casa/ piazza Adriana numero dieci, Roma./C’è un bambino di tre anni/che si aggrappa alla mia gonna/e piange disperatamente/singhiozzando e ripetendo/”mamma non uscire/resta con me”/ma io tutta infervorata/dalle grandi prospettive/che coinvolgono tanta gente/ho la testa piena di grandi parole come:/dovere, lavoro, ideali,/giustizia e libertà./Tutte cose stupende/ma forse c’era anche qualcos’altro/meno stupendo, in verità/forse anche un po’ di vanità,/o il gusto di sentirsi lodare/sei brava, sei coraggiosa, sei intelligente./”Mamma non uscire/resta con me”/Che cosa mi ha indotto quel giorno/a strapparmi da quel lamento/da quel bambino/che era il mio vero amore/perfetto e totale/molto più profondo/dell’affezione generale/per l’umanità e per il mondo./Lui aveva soltanto me/gli altri avevano tante persone/come me e migliori di me/che sentivano con passione/il dovere, il lavoro,/il rischio che bisogna pur affrontare/per non diventare/complici del carnefice./Ma questi grandi amori per tutti/non debbono togliere nulla/ai nostri amori per uno.[…] E ora darei tutte le lodi e i libri/tutte le opere e tutte le parole/della mia vita/per ritrovarmi in quel giorno/su quella soglia/e ricominciare daccapo./Ma il tempo è una strada/che non si può ripercorrere/e i paracarri che segnano le tappe/sono di pietra molto dura./ E adesso figlio mio/adesso che mi avvio/verso la grande uscita/dal portone della vita/forse sulla soglia piangerò/perché ti debbo lasciare/e può darsi che tu/sentirai scivolare/dall’angolo dell’occhio/lungo il naso/qualcosa di bagnato/da asciugare con un fazzolettino di carta/pensando che mai più/mai più, scherzando coi ricordi, potrai dire/”Mamma non uscire”.

 

 

Sito del Centro Studi Joyce Lussu

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