Bibliografie

Con Melville a bordo della Pequod

Oggi proponiamo la lettura, o rilettura, di Moby Dick, il Grande romanzo americano di Herman Melville. Opera che continua a coinvolgere e avvincere generazioni di lettori di tutto il mondo.

Pubblicato nel 1851 Moby-Dick; or, The Whale viene tradotto in italiano per la prima volta dallo scrittore Cesare Pavese, nel 1932.

Narrato in prima persona da Ishmael, un insegnante del Massachusetts che abbandona la sua vecchia vita per l’avventura sui mari, il libro segue il lungo viaggio della Pequod, la baleniera comandata dal diabolico capitano Achab in cerca della balena bianca che lo ha privato di una gamba. La sua è un’ossessione che oltrepassa qualsiasi altra considerazione, sicurezza dell’equipaggio inclusa.

Il romanzo è un oceano burrascoso di idee, la nave e il suo equipaggio diventano un microcosmo della società americana dell’epoca. Le scene di caccia alla balena sono intervallate dalle riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche e artistiche del protagonista alter ego dello scrittore, rendendo il viaggio un’allegoria e al tempo stesso un’epopea epica.

Leggerlo è un’esperienza meravigliosa e spossante come il viaggio che racconta e la sua influenza la si riscontra ancora oggi in vari campi: pittura, musica, scultura, cinema …echi e rimandi di quello che è unanimemente considerato come uno dei capolavori della narrativa americana.

Gregory Peck in John Huston's Moby Dick (1956)

Il capitano Achab, personaggio attorno cui ruota l’intera storia, viene descritto dall’autore solo dopo più di un centinaio di pagine:

[…] il capitano Achab era sul cassero. Non pareva avere indosso segni di una comune malattia fisica, né di convalescenza alcuna. Aveva l’aspetto di un uomo staccato dal rogo quando il fuoco ha devastato, trascorrendole, tutte le membra, ma senza consumarle o rubar loro una sola particola della compatta e vecchia robustezza. Tutta la sua figura alta e grande sembrava fatta di solido bronzo e foggiata in uno stampo inalterabile, come il Perseo fuso del Cellini. Un segno sottile come una bacchetta, d’un biancore livido, si apriva una strada di tra i capelli grigi e continuava dritto da un lato della faccia e del collo abbruciacchiati dall’abbronzatura, finchè scompariva negli abiti. […] Se questo segno era nato con lui o se era invece la cicatrice di una ferita disperata, nessuno poteva dire con certezza. […] Tanto fortemente m’impressionò l’insieme del truce aspetto di Achab e quel livido marchio che lo segnava, che per i primi istanti m’accorsi appena come non poco del suo strapotente effetto truce fosse dovuto alla barbarica gamba bianca sulla quale in parte poggiava. Mi era stato detto in precedenza che questa gamba d’avorio gli era stata intagliata in mare nell’osso levigato della mascella di un capodoglio. (da Moby Dick o la Balena, Adelphi, nella traduzione di Cesare Pavese).

Il suo aspetto fisico rispecchia la sua ossessione verso la caccia al leviatano bianco, in esso traspare il suo stato di essere umano: Roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un’idea incurabile.

Scrive Pavese nella prefazione al volume datata ottobre 1941: […] questo è curioso in Moby Dick e in Melville: benché si tratti di un’opera ispirata da esperienze di vita quasi barbarica ai confini della terra, Melville non è mai un pagliaccio che si metta a fingere anche lui il barbaro e il primitivo, ma, dignitoso e coraggioso, non si spaventa di rielaborare quella vita vergine attraverso lo scibile della terra. […] non si vergogna di mostrarsi qual è, un marinaio che ha studiato: un letterato.

In biblioteca potete trovare diverse edizioni dell’opera: a fumetti, in lingua originale, come trasposizione teatrale, nella traduzione dell’autore locale Lucilio Santoni, il quale nella sua Introduzione scrive: Quando è il nulla ad esigere la forma, con violenza, l’uomo si addentra nel territorio del sacro. È l’impresa che compie Melville, col Moby Dick. Allora ogni suo traduttore dovrà necessariamente naufragare nell’abisso poeticamente struggente della produzione del linguaggio e, forse, anche dalla sua ennesima traduzione parlerà una voce senza storia, in una lingua universale. Così ogni suo lettore, perdendosi nella scia del Pequod, potrà seguire una rotta personale, dentro e fuori dal testo, nell’infinito rollare dell’abisso.

 

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